- Qui casa del Sig. Bruco -
Spalle allo stipite della porta, sorrido davanti il viso di mia madre .
Scherzo, vengo fuori da determinati discorsi che mi stanno un po’ stretti, forse perché so che pensare alle risposte mi farebbe male .
Occhi grandi e verdi (no, non li ho presi io…) pelle scura in poco più di un metro e mezzo di donna: donna che ogni tanto svirgola anche lei, sorvola su qualche piega .
Si rimane poi a parlare della casa .
Delle case in cui abbiamo abitato .
Della prima, di quella a Fuorigrotta ricordo qualcosa, poco e male . Mi son sempre detta che la sarei andata a rivedere, ma non ho mai mantenuto quella tacita promessa .
Della seconda, a Scauri, in una trafficatissima strada centrale che d’estate diventava una bolgia di sandali e zoccoli di legno più o meno trascinati, ricordo molto di più .
Sono stata li per sei anni e di lei mi è rimasto praticamente tutto .
Dalle olimpiadi di Seul registrate e guardate con mio nonno nel salotto dalla doppia porta; al bagno piccolo con l'ancora più piccolo antibagno dove (a dispetto del nome) c’era la scrivania con le radio di mio padre, alla mia camera, bella grande e luminosa, al corridoio lunghissimo dove facevo una rete con lo spago e giocavo a tennis o di nascosto prendevo i pattini non in linea e mi esercitavo, alla stanza da letto dei miei dove son stata una mattina del sei gennaio che mi svegliai con gli orecchioni e dove poi ho visto mia madre con il pancione e la culla con il fasciatoio e…
E poi mi son fermata alla cucina .
Ricordo che quando arrivai a quella che è la mia casa attuale rimasi delusa dalla cucina .
- Com’è piccola – dissi prima di sgattaiolare per le scale per andare a vedere la mia nuova stanza!
Perché la cucina della casa di Scauri era grandissima .
Un enorme, immenso quadrato . Quante volte mi ci sono seduta proprio nel mezzo a giocare?
Era buia, poiché dava su di un cortile chiuso, e aprendo la finestra potevamo salutare gli inquilini che passavano .
Il mio primo triciclo l’ho sperimentato li . Dopo aver fatto (per la gioia del negozio che era allocato al piano terra) tutto il corridoio, correvo in cucina con questo mezzo rosso dalle ruote gialle e il manubrio blu e giravo in tondo .
Ero sempre li a sterzare e qualche volta a cadere con la stanza che girava intorno ed il fiatone per la corsa .
La cosa però, che ricordo forse con più affetto, sono i disegni .
Quelli che facevo in casa, quelli che portavo da scuola o semplicemente fogli di giornale colorati .
Quando si entrava in cucina lo sguardo cadeva subito sulla parete di sinistra . Sulle mattonelle, fermati con del nastro adesivo, c’erano per l’appunto i miei disegni . Tanti che, quando traslocammo li raccogliemmo tutti in un album .
Pere, imbuti, vasi, famiglia, sole, casette in campagna o in montagna, presepi, lavoretti per la festa del papà/mamma e poi lei…
Ero fissata con quel disegno; l’ispirazione mi era venuta da un portapresine che si trovava in casa di mia nonna .
Era sempre in bella mostra nella sua cucina, poco più a destra dei fornelli e raffigurava una mela con un bruco verdissimo che veniva fuori con aria sorridente .
Io proprio non capivo, come potesse un vermetto farsi la casa li dentro . Non riuscivo proprio ad immaginarmelo che strisciava nella mela con i mobili che doveva avere li dentro! Insomma non aveva posto!
Ci volle un po’, per farmi capire, come quasi in nessuna mela ci fosse un abitante, come avrei potuto mangiare la frutta senza la preoccupazione di procurare un terremoto nella casa del bruco .
E così, ogni disegno nuovo passava in secondo piano .
La mia mela rossa con inquilino era sempre li ed io, bimba dai boccoli biondi, a passare le ore a fissarlo immaginando mamma e papà bruco con i suoi piccoli bruchini…
Ma come ci stanno in quattro li dentro?









La suoneria indiana per il numero indiano del co-co(ancora per poco spero)
-6...
teoria 







