venerdì, 24 febbraio 2006
- Il morso della Tarantola -
E si fa presto, ad immaginare visioni scontate.
Piazza del sud, piazza polverosa del sud e tutt'attorno palazzi disposti in circolo.
Mattoni arancioni per il municipio, per la chiesa e per l'opera giovanile e per il bar sempre pieno di vecchi e di giovani già vecchi.
Archi, tanti archi.
Donne, tante donne. Coperte con un fazzoletto nero in testa, un cestino di vimini tenuto sottobraccio come un uomo, le gonne lunghe che sfiorano i sandali ed i piedi impolverati.
E scende la sera, lasciando su quei mattoni il calore di tutta una giornata di sole.
Notte senza luna, notte di un falo acceso proprio li in mezzo.
Tra i rossi del municipio, della chiesa e dell'opera giovanile e del bar chiuso.
Le ombre delle fiamme su di loro e le donne, si le donne son tornate.
Come in un arcaico sabba ora danzano attorno al fuoco vivo;
Saltellandoapiedinudilegonnealzatefinsoprailginocchio
Urla ritmate, capelli d'ebano e sudore sulle pelli scure.
"scaccia scaccia satanassa
scaccia il diavolo che ti passa
le nocche si consumano
ecco iniziano i tremmori
della taranta, della taranta
della tarantolata..."
Fragore di mani battute, di cembali, di tammorre
Le imposte dei palazzi serrate.
Luce spenta per la finestra del pretino che tra
un Ave Maria ed un Perdon pietà
posa l'occhio a sbirciare
lasciando il rosario tra le mani.
Ascoltando:
Il Ballo di S. Vito - Capossela
L'ho scritto io alle 12:44
domenica, 12 febbraio 2006
- Trouble -
(In ricordo del mio primo lettore cd portatile)
Quando alle cinque e mezzo del mattino, ciondolavo in stazione. La luce del sottopassaggio stagliata sui visi stanchi di noi pendolari.
Impietosa.
Occhiaie, borse trascinate e chiacchiericcio.
Poi il treno, quasi mai avvisato.
Regionale delle 5.47 che di fermate fino a Roma forse troppe ne faceva.
Il primo rito, quello di sistemare il cappotto sul sedile gelido.
Poi il secondo, mentre altri già dormivano: il lettore cd tirato fuori dallo zaino ed un cd dei Coldplay.
Lo sguardo fuori dal finestrino. Ed immaginavi il mare. Dove doveva stare, perchè non lo vedevi. Eppure già un po' di nostalgia ti saliva.
Due ore per arrivare nella città (dell') Eterna (corsa).
Due ore per non capire i ritmi dei romani che si affannavano per scendere nella metro arancione.
E forse non li hai mai capiti.
Non avresti mai potuto, perchè ogni mattina l'aurora era li ad aspettarti da un finestrino di un lento regionale. Era lei che ti regalava il primo calore della giornata.
Ed ancora i sorrisi a quei primi raggi che filtravano per dirigersi diritti sul viso.
Fermate su fermate.
E la carrozza si riempiva, mentre il chiacchierare via via era più distinto.
Un impastato accento campano, veniva quasi zittito da quello romano.
E li ritrovavi tutti li. Sul treno del ritorno, quello delle 17.11 da Termini.
Stanchi, affannati perchè perdere il treno significava arrivare un'ora dopo a casa.
Tutti insieme a guardare il tramonto.
E di nuovo il lettore cd, stavolta con un paio di libri sulle gambe per studiare un paio d'ore.
E di nuovo mi son persa nei meandri nostalgici del ricordo.
L'ho scritto io alle 21:14
domenica, 05 febbraio 2006
- Magia... -
E basta poco.
Anziani che si rincorrono giocando a nascondino.
- E' una pozza quella, saltiamoci dentro! -
- Il fango il fango, ci sporcheremo di fango -
Urla una ragazzina con un cerchio di perle al collo e i tacchi da signora.
E la magia si compie.
La stessa che fa illuminare il giorno.
- Guarda! Alberi con le radici che toccano il cielo -
E la bambina un po' ci crede; un po' scuote il capo incaponita.
Ed è quando si volta verso quello spettacolo ed apre la bocca stupefatta, che le perle lasciano la collana per rotolare ai piedi delle fronde dell'albero.
Veloce corre, non ancora conscia.
Corre, e inciampa una, due volte nei tacchi che lascia lungo la strada.
La pelle si disegna di rughe, il respiro affanna, ma sembra non darci conto.
Indietro, poco indietro sebbene ella abbia corso, loro: gli anziani che giocavano.
Sorridono nel veder la mutazione.
Sorridono, e sbattono l'una contro l'altra le mani nodose.
La bambina non più bambina, non più vestita di perle e tacchi si volta: guarda le mani, se le porta al viso, ai capelli candidi.
Sorride.
S'unisce agli altri.
Ed ancora corre.
Per le pozze di fango del campo.
L'ho scritto io alle 15:47